Alterum non laedere

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“Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”

Il principio di convivenza del “Alterum non laedere” sostanzialmente corrisponde a quello (“non fare agli altri…”) già presente nel pensiero orientale (Lao Tze) di un paio di secoli prima e, addirittura, nell’ancora più remoto Codice di Hammurabi, fino ad arrivare al successivo e forse più noto richiamo evangelico.

E’ interessante scavare nel passato e capire quali erano i principi del sistema giuridico veneziano.

“Lo scrittore veneto [Vettor Sandi] individuava così alcuni dei tratti principali che connotavano il diritto veneto: “il primo di leggi semplici, cioè non molto composte, nè complicate o delle più sottili divisioni o di moltitudine di casi singolari figurati ad esempio, nel che abbonda il Corpo giustinianeo, in gran parte formato dai responsi, consulti, trattati e commentari di quegli antichi giurieconsulti romani.

Il secondo di leggi dirette da una equità schietta, nè cotanto riposta in profondità di quelle meditazioni metafisiche che appariscono in gran parte di essi libri giustinianei, profondità che certamente porta in conseguenza esattezza di rigorismo.

Il terzo, finalmente, fu lo studio di sfuggire gli aridi vocaboli de’ legulei, a popolo non peranche colto di giurisprudenza pratica se non isconosciuti affatto, non posseduti certamente, essendosi affaticati di render chiari con italiane o venete parafrasi li termini legali romani”.

E quindi, concludeva il Sandi, “non già copiato o trascritto fu dai veneziani il gius romano o giustinianeo servilmente e con manuense meccanismo; fu anzi meditato, esaminato, scelto, rigettando dalla propria società, o ammettendovi, ciò che si riputò ragionevolmente più equo, più naturale e più confacente alle circostanze proprie, li quali appunto sono li requisiti tutti essenziali in un legislatore”

(tratto da “Un sistema giuridico repubblicano: Venezia e il suo stato territoriale (sec. XV-XVIII)” di  Claudio Povolo)

e ancora

“Le leggi scritte, di che abbiamo discorso, costituivano il principale, ma non l’unico fonte del veneziano diritto. Era ingiunto ai magistrati d’amministrare la giustizia secondo il testo di quelle, nei casi da esse contemplate espressamente. Nei non contemplati, dovevano ricorrere alle leggi che trattassero di casi analoghi: mancando queste, alle consuetudini; mancando pur queste, alla ragione naturale.

In questo Venezia discostavasi dal costume degli altri popoli d’Italia, i quali consideravano le romane come le vere leggi generali, per ciò appunto chiamate diritto comune, e gli altri statuti municipali come semplici modificazioni eccezionali e locali; mentre in Venezia la romana reputavasi giurisprudenza straniera. Ivi indizio di sudditanza all’impero: qui documento osservabile d’originaria indipendenza ed autonomia.

Vedemmo che alle consuetudini era attribuita autorità nei casi dalle leggi scritte non contemplati. Ma in fatto la potenza loro era maggiore. Non solo valevano a supplire alla legge, ma valevano a spiegarla, valevano a modificarla, valevano fin anche a distruggerla. Onde avrebbe nozione molto imperfetta ed inesatta della veneta legislazione chi nelle sole leggi scritte si facesse a studiarla.

Potente era la consuetudine, che diremo positiva: più potente ancora quella, che chiameremo negativa, cioè la dissuetudine. Per essa con la lunga non osservanza vennero abolite moltissime leggi, che, sebbene mantenute nel volume degli statuti, restarono senza vigore ed effetto, come lettera morta, come storica rimembranza di tempi trascorsi […].

Discorrono finalmente con maggiore o minore ampiezza ed accuratezza anche delle consuetudini veneziane parecchie altre opere più recenti, che coi titoli di pratiche civili, di pratiche criminali, o simili, furono composte da privati giureconsulti, e publicate con le stampe verso la fine del secolo XVII e durante il secolo XVIII.

Ma s’inganerebbe forte chi credesse poter ricavare dai libri cognizione intera delle consuetudini veneziane. Molte, perché allora troppo notorie, erano dagli scrittori trasandate: durano queste ora esclusivamente nella memoria, già dal tempo affievolita, di coloro che le videro in atto, de’ quali il numero decrebbe e decresce: ond’è che, se lo scritto e la stampa non si prestano a conservare quelle fuggevoli reminescenze, esse periranno, e i venturi non ne avranno più traccia…”

(tratto da D. Manin, Della veneta giurisprudenza, Venezia 1848)

Nella Repubblica Veneta è necessario rendere la complessità semplice. Ecco allora una semplice norma che detti l’obbligo di riparare al danno prodotto ai singoli o alla comunità.

Integrated_Talent-ManagementDato che il singolo difficilmente può sopportare il peso di un risarcimento da qui l’obbligo di assicurare la  responsabilità civile sarà indispensabile. Così ad associazioni di mutuo soccorso o società assicuratrici private potrà essere trasferito il rischio del singolo cittadino. Ad esempio per i danni da circolazione non si assicurerà più il mezzo ma la patente del cittadino che potrà quindi utilizzare qualsiasi tipo di veicolo a motore (RCA) o meno.

Lo stesso si dica per le persone giurichiche o per i professionisti che potranno aprire un’attività solo se saranno assicurati per la loro responsabilità civile. Anche in questo caso il rischio potrà essere trasferito a società di scopo create dalle “corporazioni” o alle società assicuratrici private.

Questo sistema porta in se l’autocontrollo ovvero l’insita necessità dell’automiglioramento diversamente è inevitabile l’estromissione dall’attività per quei soggetti ripetutamente negligenti o imperiti. Il sistema quindi andrà a premiare i soggetti virtuosi che non danneggiano i terzi con i propri comportamenti colposi e, invece, penalizzare o emarginare i negligenti, non meritevoli.

Con la responsabilità civile si toccano tutti gli ambiti del danno a terzi:

  • da messa in circolazione di prodotti difettosi,
  • da danno all’ambiente (inquinamento),
  • danno da negligenza, errori od omissioni,
  • danno da atto illecito colposo, doloso o fraudolento

I soggetti che si assumeranno il rischio dovranno necessariamente fare una attenta valutazione prima di assicurare i richiedenti ciò implicherà il fatto che solo i soggetti meritevoli e con riconosciuta capacità potranno, ad esempio, aprire un’attività o accedere ad una professione o, ad esempio, essere nominati amministratori di una società o ente.

Si assisterebbe così ad una transizione da una società che premia il titolo (laurea o diploma) ad una che premia il merito (abilità, capacità, esperienza, conoscenze, competenze).

Non sarà più quindi lo “Stato” a discriminare ma il sistema stesso che “ammetterà” solo soggetti all’altezza con un curriculum adeguato al compito ovvero cittadini rispettosi delle regole comuni e del principio naturale “non fare agli altri…”.

 

Mauro Fontana

2 gennaio 2015

 

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