Le organizzazioni no-profit esentasse nella Repubblica Veneta

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«… non è giusto, come abbiamo detto, che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo Stato: è giusto, invece, che si lasci all’uno e all’altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può, salvo il bene comune e gli altrui diritti. […] Se dunque alla società o a qualche sua parte è stato recato o sovrasta un danno che non si possa in altro modo riparare o impedire, si rende necessario l’intervento dello Stato…»

(Rerum Novarum, 28)

“Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese. Sembra, infatti, che conosce meglio il bisogno e riesce meglio a soddisfarlo chi è ad esso più vicino e si fa prossimo al bisognoso.”

(Centesimus annus, 48)

 

Nella Repubblica Veneta le organizzazioni non profit saranno esentasse. Una organizzazione no-profit è un’organizzazione che si impegna in attività di interesse sia pubblico che privato,  senza perseguire l’obiettivo del profitto economico o commerciale. Per essere esenti le organizzazioni non profit dovranno rispettare alcune regole.

Quella base sarà:

  • svolgere attività di utilità sociale a favore di associati o terzi, senza finalità di lucro (esempio assistenza sociale e sanitaria, beneficenza, istruzione e formazione, sport dilettantistico e promozione del benessere fisico, tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali, dell’ambiente, della cultura e dell’arte, turismo sociale, tutela dei diritti civili, ricerca scientifica, promozione e tutela della salute e sicurezza, …).

La Repubblica Veneta intende porre al centro il principio di sussidiarietà secondo il quale i cittadini in forma associata e volontaristica, conoscendo meglio la realtà, agiscono per soddisfare i bisogni di essi stessi o delle comunità per la promozione del bene comune.

Se una organizzazione no-profit si impegna in attività che non sono correlate al suo scopo di base, sarà tenuta a pagare le imposte ma se, ad esempio, un’organizzazione senza scopo di lucro è stata costituita per fornire un riparo per i senzatetto e reperisce fondi vendendo biciclette, i “ricavi” saranno esenti da imposte salvo, appunto, che i fondi vengano usati per scopo diverso.

Quindi le associazioni, le fondazioni, le corporazioni e i soggetti di diritto ecclesiastico saranno esonerate dall’obbligo fiscale in ragione del loro scopo di pubblica utilità, sociale o analogo e i donatori potranno dedurre dal reddito le donazioni a tali organizzazioni.

Resteranno a carico delle organizzazioni no-profit le sole imposte sui consumi (essendo esenti da imposte sui redditi non potranno dedurle) ma le prestazioni erogate ai soci o a terzi saranno esenti da imposte.

Le organizzazioni no-profit avranno il privilegio nell’uso di immobili pubblici che saranno concessi in comodato gratuito salvo l’eventuale  rimborso delle spese (luce, acqua, gas, rifiuti) e i costi di manutenzione ordinaria degli immobili.

Ogni illecito circa l’uso impoprio delle donazioni sarà severamente punito.

Le organizzazioni saranno stimolate a misurare dell’esito delle iniziative e il risultato di certe misuresaporg002 intraprese pubblicando almeno annualmente un “bilancio sociale”. Solo così avranno la possibilità di accedere a finanziamenti importanti (http://secondowelfare.it/investimenti-nel-sociale/social-impact-bond-usa-uk.html).

Storicamente le genti venete hanno saputo creare strutture di “mutuo soccorso” tra le persone; ad esempio la prima cassa rurale italiana viene costituita nel 1883 a Loreggia, ad opera di Leone Wollemborg, che prese a modello l’attività di Raiffeisen. Ancor prima, originate dal movimento penitenziale del 1260, le fraglie dei mestieri a contenuto devozionale, mutualistico o caritativo.

Tale nella sostanza era l’articolatissimo complesso di Arti, Scuole, Sovegni, Confraternite, Fratalee (Fraglie), suddiviso nella miriade di aggregazioni autonome, fonte di diritti e di doveri degli aggregati ed era all’aggregazione d’appartenenza che l’associato si rivolgeva in caso di bisogno, vantando un vero e proprio diritto all’assistenza della sua casta.
Ecco l’enorme importanza della distinzione tra assistenza e beneficenza nell’ordinamento veneziano. Tutto il complesso di norme di comportamento ora rientranti nella nozione di “igiene pubblica” riguardavano indistintamente tutti i residenti; quelle relative alla “sanità pubblica” riguardavano in guisa radicalmente differenziata le varie caste: libera e meramente opzionale per i primi due ceti, Nobili e Originari, mutualistica per gli Artieri, per i quali l’assistenza sanitaria era un vero e proprio diritto di casta, tutelato dai Giustizieri.
Per “gli altri” l’assistenza sanitaria e in genere tutto il complesso sistema di sicurezza sociale formava oggetto solo di beneficenza, sia privata che pubblica.

(tratto da La sanità pubblica nell’ordinamento veneziano di Ivone Cacciavillani)

Si tratta in buona sostanza di recuperare il sapere delle venete genti e ripristinare quella “libertà del fare” che ci è stata sottratta.

 

Mauro Fontana

26-01-2015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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